La sicurezza sul lavoro come proposta educativa dell’umano

Si commette spesso un errore quando si parla di sicurezza sul lavoro: la si riduce a un insieme di obblighi, di procedure, di prescrizioni, quasi fosse un apparato esterno da sopportare, una sovrastruttura burocratica da applicare per evitare sanzioni, infortuni o responsabilità.

Ma la sicurezza, se guardata fino in fondo, non nasce così.

Essa nasce da una domanda molto più radicale, e cioè: che cosa significa lavorare da uomini?
Che cosa vuol dire stare dentro la realtà del lavoro in modo vero, degno, giusto, umano?

Se non si riparte da qui, tutta la sicurezza sul lavoro rischia di diventare un linguaggio vuoto, formalmente corretto ma sostanzialmente incapace di incidere sulla coscienza, sui comportamenti, sulla cultura reale delle persone e delle organizzazioni.

La sicurezza, invece, è innanzitutto una forma di educazione al reale.
È una disciplina che, nel suo nucleo più profondo, non riguarda soltanto la tecnica, ma riguarda l’uomo.
Riguarda il suo rapporto con la realtà, con il limite, con il rischio, con gli altri, con il valore del proprio agire.

Per questo, se si vuole comprendere davvero il fondamento della scienza della sicurezza sul lavoro, occorre almeno riconoscere tre evidenze originarie, tre criteri che non sono accessori, ma ontologici:

  1. le regole nascono dall’esperienza;
  2. i contenuti della sicurezza costituiscono una tradizione;
  3. il lavoratore non è mai un individuo isolato, ma un io dentro una trama comunitaria e organizzativa.

Sono tre passaggi semplici solo in apparenza. In realtà, dentro questi tre punti si gioca tutto.

1. Le regole nascono dall’esperienza

La prima grande verità da recuperare è che la regola non nasce come imposizione astratta, ma come esito di un’esperienza verificata.

Una regola è vera quando corrisponde a qualcosa che si è scoperto nella realtà.
Io mi do una regola non perché qualcuno me la impone dall’esterno, ma perché ho riconosciuto, attraverso l’esperienza, che un certo modo di fare custodisce meglio il bene in gioco.

Questa è una cosa decisiva.

Quando un lavoratore, un preposto, un dirigente, un datore di lavoro percepisce la regola solo come costrizione, essa sarà sempre vissuta come qualcosa da aggirare.
Quando invece la regola viene colta come il precipitato di una sapienza nata dal reale, allora può essere assunta, capita, perfino amata.

Pensiamo alle procedure, ai dispositivi di protezione, alle verifiche, alle autorizzazioni, ai controlli, alle distanze, ai divieti, alle sequenze operative: nulla di tutto questo, nella sua origine più autentica, è nato da una fantasia normativa.
È nato perché qualcuno si è fatto male.
Perché qualcuno ha sbagliato.
Perché qualcuno ha sottovalutato un dettaglio.
Perché un’organizzazione non ha visto ciò che doveva vedere.
Perché la realtà ha smentito l’improvvisazione.

La sicurezza sul lavoro è, in questo senso, una forma di realismo educativo.

Essa dice all’uomo:
la realtà ha una struttura, non puoi violentarla senza pagarne il prezzo.
Il lavoro non è un campo neutro in cui la volontà individuale può fare ciò che vuole.
Esiste un ordine delle cose, un nesso tra azioni e conseguenze, tra attenzione e tutela, tra metodo e bene.

Per questo la regola, quando è sana, non umilia la libertà: la rende possibile.
La libertà vera non è fare a caso; è aderire a ciò che corrisponde meglio al bene proprio e al bene comune.

La sicurezza sul lavoro, allora, non è anzitutto l’arte di “evitare il male”, ma è l’arte di imparare il bene del lavoro umano attraverso la verifica della realtà.

2. La sicurezza sul lavoro è una tradizione

Il secondo passaggio è altrettanto decisivo: i contenuti della sicurezza sul lavoro possono e devono essere riconosciuti come una tradizione.

Oggi la parola “tradizione” viene spesso fraintesa, come se significasse semplice conservazione del passato o ripetizione meccanica di ciò che è stato.
Ma la tradizione, nel suo senso più vero, è il contrario dell’abitudine morta: è la memoria viva di un’esperienza giudicata vera.

La sicurezza sul lavoro è precisamente questo.

Essa è una tradizione nata dall’aver imparato, spesso duramente, da innumerevoli errori, incidenti, omissioni, sottovalutazioni, tragedie.
È una sapienza sedimentata nel tempo.
È un patrimonio umano, tecnico, organizzativo, normativo e morale che l’umanità del lavoro ha costruito non teoricamente, ma storicamente.

Ogni norma, ogni standard, ogni criterio di prevenzione porta dentro di sé una storia.
Dietro una prescrizione ci sono mani schiacciate, cadute dall’alto, esposizioni ignorate, incendi, intossicazioni, silenzi organizzativi, superficialità, solitudini operative, orgoglio tecnico, catene decisionali spezzate.

Per questo la sicurezza non può mai essere ridotta a una “materia”.
È piuttosto una eredità di coscienza.

E qui si comprende una cosa enorme:
chi lavora nella sicurezza sul lavoro non è semplicemente un tecnico della conformità; è, volente o nolente, un custode della memoria dell’umano nel lavoro.

Custodire la sicurezza significa custodire ciò che l’uomo ha imparato sul proprio agire, sul proprio limite, sulla propria vulnerabilità, sulla necessità del metodo, della vigilanza, dell’ordine, dell’aiuto reciproco.

In questo senso la sicurezza è una tradizione che non immobilizza, ma genera.
Perché solo chi riceve davvero una tradizione può affrontare il presente con intelligenza.

Una organizzazione matura non è quella che “si aggiorna” soltanto; è quella che sa da dove vengono i propri criteri, e per questo li sa anche sviluppare.

La prevenzione, allora, non è un fatto puramente tecnico: è un fatto culturale.
E ogni cultura autentica nasce da una tradizione viva.

3. Il lavoratore non è mai da solo

Il terzo criterio è forse il più dimenticato nel nostro tempo, segnato da un individualismo profondo: il lavoratore non può essere guardato da solo.

Non esiste il lavoratore “in astratto”.
Non esiste un io professionale isolato.
Ogni persona che lavora è sempre immersa in un contesto: organizzativo, relazionale, comunicativo, simbolico, gerarchico, comunitario.

Questo è un punto capitale.

Molti errori nella sicurezza nascono proprio da una falsa antropologia: l’idea che il rischio dipenda solo dal comportamento individuale del singolo.
Come se bastasse dire: “doveva stare più attento”, “ha sbagliato lui”, “non ha seguito la procedura”.

Certo, la responsabilità personale esiste ed è decisiva.
Ma l’io non si muove mai nel vuoto.

L’io lavora dentro una cultura aziendale.
Dentro un clima.
Dentro un sistema di attese.
Dentro tempi, pressioni, linguaggi, esempi, omissioni, stili di comando, abitudini tollerate, relazioni tra colleghi, modalità di formazione, qualità della supervisione.

Per questo la sicurezza sul lavoro non può mai fermarsi all’analisi del gesto del singolo: deve interrogare il contesto che rende quel gesto più o meno probabile.

Un lavoratore non è sicuro soltanto perché sa qualcosa.
È sicuro quando appartiene a un ambiente che lo aiuta a guardare la realtà in modo vero.

Ecco perché la sicurezza è inevitabilmente anche una questione di comunità.

Comunità non nel senso sentimentale del termine, ma nel senso concreto di una appartenenza organizzata al bene.
Lavorare significa sempre partecipare a un ordine di relazioni.
Per questo la prevenzione più efficace non è quella che moltiplica solo i divieti, ma quella che costruisce contesti umani e organizzativi in cui il bene sia più facilmente praticabile.

Qui si apre una prospettiva enorme:
la sicurezza sul lavoro, nel suo significato più pieno, è una scienza dell’interazione tra persona, organizzazione e realtà.

E dunque è una scienza intrinsecamente antropologica.

I fondamenti ontologici della sicurezza

Questi tre criteri — esperienza, tradizione, comunità — non sono semplici “chiavi interpretative utili”.
Sono, più profondamente, i fondamenti ontologici della sicurezza sul lavoro.

Perché la sicurezza, se vuole essere vera, deve partire da ciò che l’uomo è.

L’uomo è un essere che impara dall’esperienza.
L’uomo è un essere storico, che riceve una tradizione.
L’uomo è un essere relazionale, che vive e agisce dentro un contesto comunitario.

Se si dimentica anche uno solo di questi tre fattori, la sicurezza si deforma.

Senza esperienza, diventa ideologia normativa.
Senza tradizione, diventa tecnica senza memoria.
Senza comunità, diventa moralismo individuale.

Invece la sicurezza, quando è vera, è una forma di intelligenza incarnata del lavoro umano.
Essa aiuta l’uomo a stare nella realtà con maggiore verità, maggiore coscienza, maggiore responsabilità.

E allora il suo compito non è solo evitare il danno, ma favorire una maturazione dell’umano nel lavoro.


La proposta della Nazionale Italiana Sicurezza sul Lavoro

Dentro questo orizzonte si comprende anche il valore profondo dell’esperienza della Nazionale Italiana Sicurezza sul Lavoro.

Il suo intento, infatti, non può essere ridotto a una semplice attività divulgativa o rappresentativa.
Il suo significato più autentico sta nel proporre una visione della sicurezza sul lavoro come esperienza umana integrale.

Una sicurezza che non si limita al dato tecnico, pur rispettandolo fino in fondo.
Una sicurezza che non separa l’adempimento dalla coscienza.
Una sicurezza che non considera il lavoratore come un esecutore da controllare, ma come una persona da educare, accompagnare, valorizzare.

In questo senso, la sicurezza sul lavoro può diventare davvero una proposta educativa dell’umano al lavoro.

Una proposta in cui il lavoro non è solo prestazione, ma luogo di maturazione.
In cui la prevenzione non è solo obbligo, ma coscienza.
In cui la tecnica non è mai separata dalla verità dell’uomo.
In cui l’organizzazione non è solo struttura, ma forma di convivenza.

L’obiettivo, in fondo, è altissimo e concretissimo insieme:
che l’esperienza del lavoro possa contribuire a far crescere l’uomo in tutte le sue dimensioni.

Non soltanto nella precisione operativa.
Non soltanto nella competenza professionale.
Ma anche nella sua statura antropologica, relazionale, morale, perfino esistenziale.

Perché il lavoro, quando è guardato nella sua verità, non è mai solo un fare.
È sempre un modo di diventare.

E la sicurezza, allora, è una delle forme più alte con cui una civiltà del lavoro può dire all’uomo:
tu conti,
la tua vita conta,
il tuo corpo conta,
la tua coscienza conta,
il tuo rapporto con gli altri conta,
il modo in cui lavori dice qualcosa di ciò che sei.

Per questo la sicurezza sul lavoro non è una periferia del pensiero sull’uomo.
È uno dei luoghi in cui oggi si decide, in modo drammaticamente concreto, se il lavoro resterà un fattore di alienazione o potrà tornare a essere un’occasione di compimento umano.

Ed è proprio qui che si gioca la sua più grande sfida educativa.

Prof. Giancarlo Restivo, Segretario della Nazionale Italiana Sicurezza sul Lavoro

Subtitle

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per tenerti sempre aggiornato su tutti i nostri eventi.
Subtitle

Iscriviti alla newsletter

Iscriviti alla nostra newsletter per tenerti sempre aggiornato su tutti i nostri eventi.

Associazione Safetyplayers Nazionale Italiana Sicurezza sul Lavoro APS

Via Prina, 15, 20900 Monza MB, Italia
Codice fiscale 97835380151
Consiglio Direttivo Nazionale

Pietro Vassallo – Presidente
Stella Doris Randazzo – Vice Presidente
Giancarlo Restivo – Segretario Generale