La sicurezza sul lavoro si incarna in un volto. L’azienda come comunità e la comunità come squadra

C’è un errore che spesso facciamo quando parliamo di valori: li trattiamo come idee astratte.
Come parole alte, magari giuste, ma sospese.
Parole che sembrano nobili finché restano lontane dalla vita concreta.

E invece ogni valore, per essere vero, ha bisogno di incarnarsi.

L’amore, per esempio, non esiste in astratto.
L’amore esiste nel volto di una moglie, di un marito, di un figlio, di un amico, di una madre, di un padre.
Esiste in una presenza concreta.
Esiste in una relazione.
Esiste in un legame che prende carne dentro la vita.

Anche la giustizia, la fedeltà, il sacrificio, il bene comune non esistono come definizioni da manuale: esistono solo quando diventano esperienza vissuta, rapporto, responsabilità, appartenenza.

Lo stesso vale anche per la sicurezza sul lavoro.

Finché la sicurezza resta una parola, un obbligo, una procedura, una norma, essa non genera nulla.
Può essere applicata, può essere subita, può perfino essere formalmente rispettata, ma non cambia davvero il cuore del lavoro umano.

La sicurezza comincia a diventare vera quando si incarna.

E in cosa si incarna?
Si incarna innanzitutto in un volto.
Anzi, in molti volti.

Nel collega con cui condivido un turno.
Nel responsabile che mi guarda davvero.
Nel datore di lavoro che non considera le persone come funzioni, ma come uomini.
Nel preposto che non si limita a controllare, ma custodisce.
Nel compagno di squadra che mi richiama, mi corregge, mi aiuta, mi salva perfino da una superficialità che da solo non vedrei.

Per questo la sicurezza sul lavoro non è mai, fino in fondo, un fatto individuale.

Essa ha bisogno di una carne sociale, di una forma visibile, di un luogo in cui prendere corpo.
E questo luogo è la comunità di lavoro.


L’azienda come comunità

Noi siamo abituati a pensare l’azienda in tanti modi: come struttura, come organizzazione, come sistema, come processo, come insieme di ruoli, funzioni, procedure, indicatori, obiettivi.

Tutto vero.

Ma prima di tutto, se vogliamo essere leali con la realtà, l’azienda è una comunità umana.

È un luogo dove persone diverse convivono, dipendono le une dalle altre, si influenzano, si correggono, si trascinano, si aiutano, si feriscono oppure si custodiscono.

È un luogo in cui il bene o il male non passano solo dalle decisioni formali, ma dal clima che si respira, dalle relazioni che si costruiscono, dal modo con cui ci si guarda, dal livello di attenzione reciproca che si rende possibile.

Qui tocchiamo un punto decisivo.

Molte volte noi descriviamo questa realtà con parole tecniche:
“buona organizzazione”,
“benessere organizzativo”,
“coinvolgimento”,
“leadership”,
“fattori psicosociali”,
“no stress lavoro correlato”,
“comunicazione efficace”,
“cooperazione”,
“cultura della sicurezza”.

Tutte espressioni corrette.
Ma, a volte, il linguaggio tecnico rischia di farci perdere il cuore della questione.

Perché, al fondo, ciò che stiamo cercando di dire è molto semplice:
l’uomo lavora bene e lavora più sicuro quando non è solo.

Quando sente di appartenere a un tessuto umano.
Quando percepisce che il proprio lavoro è dentro un ordine di rapporti.
Quando sa che il suo agire ha un significato anche per altri.
Quando l’ambiente non è ostile, anonimo, frammentato, ma sufficientemente vivo da generare attenzione, corresponsabilità, presenza.

La vera sicurezza nasce qui.

Non nasce solo dalla prescrizione.
Nasce da una comunità costruita.


La sicurezza come apertura all’altro

C’è una parola che oggi si fatica molto a capire, eppure è una parola decisiva: apertura.

Ogni relazione vera chiede apertura all’altro.
Anche il lavoro.

Perché il lavoro non è mai semplicemente “quello che faccio io”.
Il lavoro è sempre anche ciò che costruisco con altri, accanto ad altri, per altri.

E allora la sicurezza non è solo il rispetto di una misura:
è una forma concreta di apertura all’altro.

Mettere in sicurezza un ambiente significa dire:
tu mi interessi.
Tutto di te mi interessa.
La tua stanchezza mi interessa.
La tua distrazione mi interessa.
La tua fragilità mi interessa.
Il tuo limite non mi è indifferente.

Questa è una cosa enorme.

Perché vuol dire che la prevenzione, prima ancora di essere un sistema tecnico, è una forma di carità civile, di responsabilità concreta, di umanità organizzata.

Quando in un luogo di lavoro ci si aiuta davvero, ci si richiama, ci si forma, ci si ascolta, ci si corregge senza umiliare, ci si assume il compito di custodire il bene dell’altro, allora lì la sicurezza non è più solo un adempimento: diventa una cultura.

E una cultura vera è sempre una forma di educazione.

La sicurezza sul lavoro, allora, non è soltanto una scienza dei rischi.
È anche una pedagogia della relazione.


La squadra come immagine vera del lavoro

Ed è proprio qui che l’esperienza della Nazionale Italiana Sicurezza sul Lavoro acquista un valore profondo.

Perché la metafora della squadra non è una semplice immagine comunicativa.
Non è uno slogan.
Non è un ornamento.

È una verità antropologica.

Una squadra esiste quando nessuno basta a se stesso.
Quando il valore del singolo non viene annullato, ma esaltato dentro un’appartenenza.
Quando il talento personale trova compimento dentro una relazione ordinata con gli altri.
Quando ciascuno comprende che il proprio gesto ha sempre una ricaduta sul destino comune.

Non è forse questo anche il lavoro?

Un’azienda sana, in fondo, assomiglia a una squadra:
non perché tutti siano uguali, ma perché tutti sono implicati.
Non perché non esistano ruoli, ma perché i ruoli hanno senso dentro una finalità comune.
Non perché non esistano responsabilità diverse, ma perché ogni responsabilità ha come scopo il bene condiviso.

La sicurezza sul lavoro trova qui una delle sue immagini più vere.

Perché una squadra si salva solo se ciascuno guarda anche l’altro.
Se ciascuno non pensa solo alla propria prestazione, ma alla costruzione di un equilibrio comune.
Se la presenza dell’altro non è percepita come ostacolo, ma come condizione del compimento.

La Nazionale Sicurezza ci richiama proprio a questo:
la sicurezza non è una pratica solitaria.
È un fatto di appartenenza.


Una proposta educativa dell’umano

Alla fine, il punto è questo.

La sicurezza sul lavoro non sarà mai davvero efficace se non verrà riscoperta come una proposta educativa dell’umano.

Non basta formare all’adempimento.
Non basta informare sul rischio.
Non basta prescrivere un comportamento corretto.

Occorre aiutare l’uomo a riconoscere che il lavoro è un luogo in cui egli gioca sé stesso, i suoi legami, il suo modo di stare al mondo.

E allora la sicurezza diventa qualcosa di infinitamente più grande di ciò che spesso immaginiamo.

Diventa il segno concreto di un modo di concepire l’uomo.
Un uomo non isolato, ma relazionale.
Non astratto, ma incarnato.
Non autosufficiente, ma bisognoso di appartenenza.
Non riducibile a funzione, ma portatore di un valore irriducibile.

Per questo la sicurezza ha bisogno di volti.
Ha bisogno di comunità.
Ha bisogno di relazioni vere.
Ha bisogno di aziende che imparino a guardarsi non solo come macchine produttive, ma come luoghi umani da edificare.

Perché ogni valore, se non prende carne, muore nelle parole.

E anche la sicurezza sul lavoro, se non si incarna in una comunità viva, resta solo un discorso.

Ma quando si incarna, allora diventa qualcosa di grande:
diventa un modo più vero di lavorare,
e dunque un modo più vero di vivere.

Prof. Giancarlo Restivo, Segretario Generale Nazionale Sicurezza sul Lavoro

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